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Onan, la mia storia tra le dita: intervista ad una persona autosessuale

“Mi piaccio e provo attrazione per me stesso”. Onan (nome di fantasia) è un uomo adulto e si definisce autosessuale.

È difficile comprendere e, sotto certi aspetti, anche spiegare cos’è l’autosessualità o sessualità solista: rientra, da poco, nello spettro dei “colori”.

Di certo è un orientamento individuato di recente, minoritario e, forse, poco intellegibile. 

Nell’insieme delle bandiere utilizzate dalla comunità LGBTQIA+, le persone autosessuali si riconoscono in quella con i colori azzurro-grigio.

Anni fa, la rivista VICE si occupò di esplorare il tema, lo fece in modo interessante ma, forse, un po’ impreciso.

Riferisce di una sessualità da cui spicca “una preferenza forte o esclusiva per la masturbazione rispetto a qualsiasi altra forma di sesso “ e, fin qui, la fotografia è corretta. 

Il punto in cui secondo me l’articolo perde il focus, è nel passaggio in cui avvalora la convinzione che la sessualità solista nasca dalla mancanza di interesse verso il rapporto o la relazione con altr*.

Direi, però, di andare per gradi: il termine “autosexuality” (autosessualità) nasce negli anni Novanta, ma c’è chi dice risalga a qualche decennio prima, secondo gli studi della sessuologia americana, che inserisce in questa categoria le persone che antepongono l’atto solitario al tradizionale rapporto a due.

Il merito di quel termine e di quegli studi sta nell’aver compreso che la masturbazione può non essere solo un ripiego o un’attività praticata in mancanza di un* partner, oppure il rifugio di chi ha disfunzioni sessuali o altre patologie.

In altre parole, anche se minoranza nella minoranza, ci sono persone che vivono l’atto solitario come una prioritaria e, in alcuni casi, esclusiva forma di espressione sessuale: in sostanza, come il proprio primario orientamento.

Quello che mi interessa fare in questo articolo, non è spiegare in modo accademico cosa sia questo orientamento sessuale ancora così poco conosciuto, bensì dare spazio ad una persona autosessuale.

E, attenzione, una singola persona non può dar voce ad un intero orientamento sessuale, ma può sicuramente raccontare come vive in prima persona il suo essere autosessuale.

Ho conosciuto “Onan” virtualmente (questo il nickname con il quale si è presentato la prima volta) ormai qualche anno fa.

Iniziò a seguirmi sul Blog e pian, piano, complice la mia innata curiosità, ho cominciato a fargli sempre più domande rispetto al suo essere autosessuale.

Le nostre sono state conversazioni scritte sempre alla mattina all’alba, Onan si è rivelato una persona estremamente educata e riservata.

Mi chiese subito il consenso (che ho accordato) per potermi dare del “Voi” e chiamarmi “Diva”.

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Un personaggio certamente bizzarro e fuori dagli schemi, sempre educato, in possesso di una sottile ed evidente intelligenza, del quale non conosco volto, né età (anche se posso intuirla dai suoi racconti), provenienza o nome reale.

    • Onan, dimmi, secondo te qual è l’origine dell’orientamento autosessuale?

L’origine di tale situazione – opinione mia – è pluridirezionale: c’è chi ci arriva per una forma di quel disagio di cui abbiamo spesso parlato io e Voi (difficoltà di relazione, timidezza, mancanza di alternative, traumi, patologie), chi lo fa per lo stesso motivo per cui, ad esempio, un* etero o un* bisessuale sono, rispettivamente, etero o bisessuale (in questo caso farei entrare i solisessuali, cioè chi ama il sesso solitario in sè), c’è chi la vive come espressione del proprio latente o dichiarato narcisismo (gli autosessuali propriamente detti, ossia chi è attratto e si eccita “per il” e “con il” proprio corpo).

Io adoro questo mondo, sotterraneo e poco considerato, cui appartengo da anni, militando nella seconda delle suddette categorie.

    • Come hai scoperto la masturbazione? Quali sono stati i tuoi primi approcci ad essa?

Ho scoperto la masturbazione per caso, una sera d’estate, appena compiuto 13 anni. Un prurito dovuto a slip troppo stretti, la ricerca di un po’ di sollievo massaggiando la parte, l’esplosione di una sensazione mai provata prima.

Il giorno successivo ci riprovai: con identico risultato, ovviamente. 

E, così, nei giorni e nei mesi successivi. In realtà, non sapevo cosa fosse, cosa stessi facendo, cosa accadeva al mio corpo: sapevo solo che era una sensazione coinvolgente e inarrestabile.

Solo alcune, molte, settimane dopo, scoprii il nome giusto da dare a quell’atto. Anche qui fu una scoperta casuale, perché di educazione sessuale o di dialogo formativo sulla materia nei primi anni Ottanta non c’era traccia, in nessuna forma e in nessun luogo. 

Fu un libro a portarmi sulla strada giusta: o, forse, su quella sbagliata, perché, in realtà, rimasi affascinato dalla piacevole e morbosa sensazione di sapere che “quella” era ciò che i compagni più grandi chiamavano, forse dispregiativamente, “sega”. 

Quando scoprii che anche io potevo fare cose “sporche” e che mi piaceva farlo ne fui travolto. 

    • A parte la sensazione fisica di piacere, che altro provocava in te la masturbazione?

Già all’epoca, ma questo posso dirlo solo ora per allora, non era solo una questione fisica: all’epoca non mi accorgevo di questo aspetto, non potevo accorgermene.

L’atto coinvolgeva tutto me stesso, cioè sia il lato fisico, con il piacere genitale, che il lato cerebrale: mi eccitava riuscire ad essere o forse solo a sentirmi diverso da come apparivo pubblicamente, nella mia vita reale di tutti i giorni, fra scuola, oratorio e gruppo sportivo.

Questa sensazione è stato di certo il carburante della mia passione: intendo dire, toccarsi a 13-14 anni è normale. 

Ma, mentre i ragazzi attorno ai 16-18 anni iniziano a sperimentare o vivere rapporti con una o un partner, io, a quell’età, ero ancora preso ad esplorare l’atto solitario. 

Non solo a praticarlo.

Ogni giorno, io continuavo a dedicare parte del mio tempo libero a toccarmi e, soprattutto, a cercare informazioni sul tema, pur nella pochezza del materiale esistente in quel periodo.

    • Quindi non hai mai sperimentato un rapporto sessuale con un’altra persona?

No.

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Siccome, dopo qualche anno, la svolta verso una sessualità “a due” non arrivava, ossia non sentivo il bisogno di cercare e confrontarmi con una partner, capii che dovevo pormi la questione dell’importanza che quella situazione aveva per me.

Obiettivamente, l’auterotismo non era, nel mio caso, un’esperienza temporanea, un rimedio o un ripiego. 

Era il mio vero orientamento? All’epoca risposta non c’era: ma, oggi, da anni, mi definisco solosessuale o autosessuale, per quanto sopra detto.

    • Per te cosa significa essere una persona autosessuale? Quale significato leghi di preciso a questo termine?

Significa che non pratico sesso con altre persone, perché l’eleganza, l’estetica, i dettagli che mi colpiscono e mi eccitano non mi vengono trasmessi, rispetto a chi vive un sesso di contatto con l’altr*, da un corpo o da una persona, ma da oggetti, situazioni, contesti.

In effetti, praticando, scoprii l’importanza per me della pelle, degli stivali, dei dettagli: in questo è davvero deviante, l’atto solitario, perché è facile. Permette di tradurre in piacere tutti gli stimoli che si ricevono o si creano, senza la complessità del rapporto con un’altra persona. 

E permette di concentrarsi su un oggetto diverso dal necessario, su un particolare, su una situazione magari nemmeno esistente, in quanto immaginaria e irreale, intangibile e addirittura irrealizzabile. 

    • Ti ritieni una persona con un elevato standing estetico quindi?

Si e mi sembra tuttora, avendo appunto un elevato standing estetico che trova difficile applicazione concreta nella realtà, io sia scappato dal mondo, rifugiandomi in un non-luogo dove non ci sono partner perché non all’altezza dei miei ideali.

La pratica onanistica o, come riferisce un vocabolario dei primi del Novecento, con un’espressione che adoro, della “Venere solitaria”, è la logica conseguenza di questa situazione personale. 

    • E’ mai successo tu ti sentissi sbagliato per via del tuo orientamento sessuale?

Dopo un certo iniziale imbarazzo, come tutt* mi sono chiesto se fosse “normale” – termine che, generalmente, non uso perché ne sono allergico – eccitarmi per un paio di leather pants e non per una persona, per poi giungere alla conclusione, dopo anni, che per fortuna io sono così.

Ho iniziato un percorso in cui mi sono convinto che il nostro, vero, organo sessuale è il cervello e che bisogna soddisfare quello per potersi davvero considerare appagat*.

In effetti, la scoperta dell’importanza della masturbazione, ha creato in me la curiosità di vivere un percorso che mi ha condotto ad esplorare la presenza dell’atto solitario sia nella mia vita che nella società, evidenziandone sia i lati positivi, che quelli negativi.

Per me è la dimensione ideale per vivere le mie passioni, le mie inclinazioni, anche le mie parafilie: nel sentire comune, come ho già detto, la masturbazione è un’alternativa inferiore alle esperienze sessuali di coppia più intense e fisicamente ed emotivamente soddisfacenti mentre, per me, è un’inclinazione, un orientamento, la mia reale identità sessuale.

(Proprio di recente, durante una lezione che ho seguito presso l’Istituto di sessuologia scientifica di Roma, Fabrizio Quattrini ha illustrato il significato di “identità sessuale” che, sintetizzando, è un concetto che unisce identità di genere, orientamento sessuale e ruolo di genere.)

    • Secondo te, nel caso dell’autosessualità, qual è il limite tra semplice orientamento sessuale ed eventuale forma di disagio/disturbo parafilico?

Se da un lato ho deciso di eleggere l’autoerotismo come mia unica ed esclusiva attività sessuale, non nego che so benissimo che esso, vissuto come lo vivo io, in modo anche escludente, nasconde una qualche forma di disagio e può diventare realmente deviante se portato, come nel mio caso, a livelli estremi.

Perché se è vero che la masturbazione è gratuita, pulita, sicura, è altrettanto vero che divide, separa ed è fondamentalmente solitaria. 

Per sconfiggere questi limiti dell’atto solitario, iniziai a immaginare tecniche o modalità per diversificare l’atto che al maschile è molto meccanico e poco elegante, oltre che abbastanza monotono. 

    • Ti va di raccontarmi quali sono queste tecniche che hai attuato per rendere l’atto masturbatorio meno monotono?

Adoravo pensarci mentre ero a scuola al mattino oppure la sera prima di addormentarmi. Il mio terreno di caccia era il pomeriggio, con la casa libera: mi stuzzicavo a farlo con mani guantate, ad esempio, rigorosamente in pelle, ovvio. 

Poi passai ad usare anche altri materiali: il collo di visone di un vecchio cappotto trovato in un armadio rimane inarrivabile. 

Iniziai a provare modi per aumentare la sensibilità: accorgermi delle conseguenze in tal senso della depilazione intima fu una piacevole scoperta. 

Poi passai a esplorare stimolazioni meccaniche: non male il doccino della vasca da bagno.

A furia di alzare il livello di particolarità e creatività, volli sperimentare tecniche anche estreme, una delle quali mi fece finire al pronto soccorso.

Quel giorno me lo ricordo bene, perché, mentre ero in attesa del mio turno, in una stanzetta riservata (vista la particolarità del caso), provai uno strano miscuglio fra imbarazzo e orgoglio

Imbarazzo per l’incidente, orgoglio perché quella, in fondo, era l’affermazione di una mia reale diversità. 

    • Quindi per te la masturbazione è anche un atto di autodeterminazione?

Si, perché in modo non convenzionale, in fondo, avevo affermato il mio essere diverso, strano, kinky, come quelle persone che adoravo in foto perché esprimevano la loro sessualità attraverso modifiche del proprio corpo, operazioni di chirurgia estetica, piercing o tatuaggi, o solo truccandosi in modo pesante e tingendosi i capelli.

    • Grazie per le tue condivisioni Onan, penso che potremmo stare qui a parlarne ancora a lungo…

Purtroppo, non posso rendere pubblica la mia reale natura Diva, per ovvi e comprensibili motivi di opportunità sociale, anche perché la masturbazione è, forse, l’unico vero tabù rimasto, visto come è accompagnato ancora da disapprovazione sociale, ironie e risatine. 

Questi, tra l’altro, sono aspetti che me l’hanno fatta amare ancora di più, fino al punto, come dicevo, di viverla per mia scelta, consapevole e bizzarra, come unica sessualità.

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