L’autoerotismo e l’educazione sessuoaffettiva in Italia sono ancora considerati un argomento difficile da affrontare, se poi nello specifico si parla di sessualità e disabilità, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio tabù, come se le persone con disabilità, nell’immaginario collettivo, non avessero istinti sessuali, né diritti correlati.
Solo recentemente anche in Italia si è cominciato a parlare più di frequente della sessualità delle persone con disabilità, sebbene già dal 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU avesse approvato un documento nel quale viene riconosciuto il diritto a tutti i portatori di handicap di esprimere la propria sessualità.
Per capire come viene vissuta la sessualità nella disabilità è necessario integrare il modello medico biopsicologico con quello socioculturale.
Il modello medico della disabilità, in vigore fino agli anni ’70, considerava la disabilità come un insieme di menomazioni psicofisiche individuali; e la sfera sessuale, di conseguenza, era relegata ad un aspetto marginale della vita dell’individuo.
L’adozione del modello sociale, invece, permette di considerare la disabilità come un prodotto (anche) sociale, piuttosto che l’esito di un’esclusiva menomazione e deistituzionalizzazione della persona disabile (Malaguti, 2011).
"Essere umani significa essere sessuali"
Winder, 1983
La sessualità è spesso equiparata solo al sesso. In realtà, è un concetto molto più ampio e comprende anche l’identità di genere e ruolo, orientamento sessuale , erotismo, piacere , intimità, riproduzione e affettività.
La sessualità è vissuta ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche e relazioni.
È influenzata da fattori psicologici, economici, politici, sociali e biologici. La sessualità è un aspetto naturale e sano della vita, ed è una parte di ciò che sei.
Tuttavia, le persone con disabilità sono raramente viste come esseri sessuali. Ciò porta a una serie di falsi miti e idee sbagliate sulla loro sessualità, che sfaterò uno a uno per te in questo articolo.
6 miti da sfatare su sessualità e disabilità (più uno)
1. Le persone con disabilità non hanno bisogno di fare sesso
Per la maggior parte delle persone non disabili, sessualità e disabilità sembrano essere terreni sconnessi: i desideri sessuali delle persone con disabilità sono in gran parte considerati inesistenti.
Tuttavia, la realtà è che le persone con disabilità, sono esseri sessuali con fantasie, sentimenti e aspirazioni come chiunque altro.
Spesso però non sono in grado di esprimere pienamente la loro sessualità, non tanto a causa di una disabilità, quanto perché le persone che li circondano (familiari, amici ecc.) presumono che non siano sessuali.
Altri ostacoli alla sessualità di persone con disabilità includono restrizioni alla loro mobilità, atteggiamenti sociali negativi e la mancanza di diritti e servizi educativi, di intrattenimento, sociali e sanitari.
Le persone adulte con disabilità, in particolare quelle con disabilità fisiche, sono spesso viste come bambini e considerate in termini di “cura” o “protezione”, rendendole così asessuate agli occhi dei più.
Tuttavia, dobbiamo sempre ricordarci che tutti gli esseri umani sono esseri sessuali, non importa se, quando, come o con chi sceglieranno di esprimerlo o meno.
2. Le persone con disabilità non possono essere sessualmente attraenti
Chi è sessualmente desiderabile? Le persone che la società definisce “belle” sono davvero più sexy o più sensuali delle altre?
E le persone anziane e quelle con corpi grassi? E le persone con disabilità?
Tutte queste “categorie” di persone sono esseri sessuali anche se vengono escluse dalle narrazioni e non compaiono nei film, in TV o nella pubblicità quando si parla di determinate tematiche.
Quello che attrae sessualmente una persona è unico per ogni individuo e ogni preferenza dovrebbe essere valida. Tuttavia, poiché siamo circondat* da falsi ideali di bellezza, può essere difficile pensare alle persone che non rientrano in quella categoria come “belle e attraenti”.
L’attrazione è, prima di tutto, una connessione tra due persone e gli standard di bellezza imposti non dovrebbero avere nulla a che fare con questo.
3. Le donne con disabilità sono “ipersessuali”
Poiché le donne con disabilità sono considerate “infantili”, non dovrebbero essere viste come esseri sessuali, qualsiasi desiderio sessuale esprimano è visto come perverso o “troppo”.
Ciò non significa che abbiano desideri sessuali sproporzionati rispetto alle donne non disabili, ma che, siccome non dovrebbero esprimere questo aspetto di sé, quando lo fanno, ciò viene visto come problematico.
Questo mito è particolarmente forte quando si tratta di ragazze o donne con disabilità mentali e cognitive. Poiché alle persone con disabilità mentali potrebbero non essere state insegnate le norme sessuali (la masturbazione è una cosa privata, le parti intime e i genitali dovrebbero rimanere coperte quando ci sono altre persone, ecc.), potrebbero esprimere la loro sessualità in modi socialmente inappropriati.
Tuttavia, questo è più probabilmente il risultato di una mancanza di educazione sessuoaffettiva, più che di una mente o di un corpo “ipersessuali”.
Oltretutto, considerare le ragazze e le donne con disabilità come ipersessuali è pericoloso, perché le espone più facilmente ad abusi e violenze sessuali.
4. Le persone con disabilità hanno bisogni più importanti del sesso
Tendiamo a considerare alcuni bisogni più basilari o fondamentali (mangiare, lavarsi, dormire) rispetto ad altri (comunicare con gli altri, provare desiderio sessuale, prendersi cura del proprio sviluppo intellettuale).
Questa divisione è ancora più netta quando si tratta di persone malate (o anche nel caso di ex pazienti oncologici ad esempio), anziane e con disabilità.
Se una persona con disabilità ha bisogno di aiuto per soddisfare i suoi bisogni fondamentali allora è tutto ok, ma gli altri sono considerati poco importanti, se non irrilevanti.
In realtà, ogni persona sperimenta vari bisogni contemporaneamente. Ad esempio, il desiderio di mangiare quando si ha fame, potrebbe non essere maggiore o meno importante del desiderio di parlare con qualcun* quando ci si sente sol*.
Allo stesso modo, i desideri sessuali non possono essere semplicemente visti come secondari rispetto ai bisogni più fondamentali, indipendentemente dal fatto che una persona abbia o meno una disabilità.
5. Non c’è bisogno di educazione sessuoaffettiva per le persone con disabilità
Questo falso mito deriva da uno molto più ampio: nessun* ha bisogno di educazione sessuoaffettiva.
L’educazione sessuale è spesso fraintesa con l’idea di insegnare ai bambini come fare sesso o “permettere la sperimentazione senza limiti”.
In realtà, l’educazione sessuoaffettiva comprende molto di più della meccanica del sesso.
L’educazione sessuale appropriata all’età, esamina come gli adolescenti si sentono riguardo al loro corpo, all’amore, al piacere, alle relazioni e alla protezione da abusi e violenze.
Alle persone con disabilità viene spesso negato anche solo il minimo accenno di educazione sessuoaffettiva che ricevono le persone coetanee in giovane età.
Come ho espresso poco sopra, tutto questo è radicato in altri miti: che le persone con disabilità non abbiano desideri sessuali, che nessuno voglia fare sesso con loro (quindi non saranno soggette ad innamoramento, relazioni o anche abusi e violenze) e che non potranno comunque fare “vero” sesso (quindi non ha senso spiegare loro come si fa).
In realtà, ricevere una buona educazione sessuoaffettiva è un diritto di tutt* e serve a dare alle persone la conoscenza e le informazioni necessarie per praticare sesso sicuro e piacevole, prevenire le IST, incluso l’HIV, evitare le gravidanze indesiderate, preservare la propria fertilità e proteggersi da situazioni abusanti.
6. Le persone che vivono con una disabilità non hanno dei “veri” rapporti sessuali
Molte persone pensano che il sesso avvenga solo quando un uomo inserisce il suo pene nella vagina di una donna e quindi è presente un atto penetrativo.
In realtà, le persone fanno sesso in molti modi diversi. Baciare, toccare, masturbarsi, usare sex toys per darsi piacere e praticare sesso orale, sono tutte attività sessuali, anche se non vengono generalmente incluse nella definizione “standard” di sesso.
Il mito di un modo “valido” o “corretto” di fare sesso, porta le persone con disabilità (ma non solo) a credere che, poiché non possono vedere, sentire o muovere il proprio corpo in determinati modi, il sesso non fa per loro.
Il sesso è per tutt*, anche se la sua meccanica può variare in base alle persone coinvolte, anche solo per gusti e preferenze (penso a chi pratica BDSM o ha una sessualità kinky e atipica).
Non ci sono realmente regole che stabiliscano cosa può o non può essere il sesso, se non che dovrebbe comportare sempre il consenso.
“Il sesso è tutto ciò che vuoi che significhi per te” – (autocitando me stessa).
7. I sex toys non sono adatti all’uso da parte di persone con disabilità
Lo so, è proprio qui che ti stavo perdendo…
Devi sapere che mi capita spesso di avere in consulenza da me persone con disabilità e, non immagini quante di loro hanno una vita sessuale assolutamente attiva e mi chiedono anche consigli su sex toys adatti alle loro esigenze.
Non sempre i brand produttori riescono ad essere inclusivi in questo senso, forse proprio per via dei falsi miti che ho sfatato in precedenza, ma in questo per fortuna è arrivato SexJujube a fare la differenza, creando una piattaforma e-commerce di sex toys accessibile a tutt*, che pone al centro il valore dell’inclusività, del benessere sessuale e dell’educazione sessuoaffettiva.
SexJujube si distingue dalle altre piattaforme e-commerce grazie all’attività di ricerca, in collaborazione con un team di espert*, sui toys adatti in particolare alle persone con disabilità motoria.
Si Tei, ma come avviene esattamente?
Il tutto è possibile grazie ad un bollino (ideato dalla stessa PMI) e apposto accanto a tutti i prodotti che rientrano nella “categoria disabilità”, permettendone un’immediata identificazione anche all’interno di altre macro categorie.
Inoltre SexJujube ha da poco messo online una piattaforma di video-consulenze specialistiche sulla sessualità, dedicata anche al benessere e all’utilizzo dei sex toys (le consulenze sono erogate da psicosessuolog* accuratamente selezionat*).
La cosa che più mi ha colpita e mi ha fatto decidere di intraprendere una nuova collaborazione con questo brand, è che tramite JUJUBE S.R.L. svolgono anche attività offline, offrendo formazione in centri di riabilitazione e organizzando incontri di educazione sessuoaffettiva per scuole di ogni grado, promuovendo l’emancipazione sessuale di tutti gli individui e ponendo un accento su sessualità e disabilità (motoria), un tema ancora poco affrontato e scarsamente dibattuto dalle istituzioni.
In particolare “Amami Giocando” è un’iniziativa culturale e sociale che promuove l’educazione all’affettività e alla sessualità in modo inclusivo, accessibile e partecipativo.
Attraverso eventi, attività interattive, performance e momenti di confronto, crea spazi in cui piacere, rispetto e consapevolezza diventano strumenti concreti di benessere per tutt*.
“Amami Giocando School” è il percorso specifico pensato per le scuole, rivolto a studenti e docenti. Attraverso un ciclo di incontri educativi, vengono affrontati temi fondamentali come il corpo, le emozioni, la sessualità e la sicurezza online, con un approccio positivo, coinvolgente e adatto a ogni età ed esigenza.
La referente del progetto mi ha raccontato che il percorso pensato per le scuole si conclude sempre con la realizzazione di un cartone animato che raccoglie in modo creativo le riflessioni e i contenuti emersi, dando voce ai protagonisti dell’esperienza formativa.