In Italia il tema dell’educazione sessuoaffettiva a scuola torna periodicamente al centro del dibattito pubblico, quasi sempre in modo polarizzato. Per provare a portare un po’ di chiarezza, ho intervistato Giulia, un’insegnante italiana che vive e lavora nel Regno Unito, dove l’educazione relazionale e sessuale è parte integrante del percorso scolastico.
La trovate su Instagram come @sessolosapeste, dove ogni giorno racconta educazione sessuoaffettiva, neurodivergenze e relazioni con un linguaggio accessibile e mai giudicante.
Le ho fatto qualche domanda sul DDL Valditara, sull’intreccio tra neurodivergenze e sessualità, sulla rappresentazione queer, sulla cultura del consenso e su un tema di cui in Italia si parla ancora pochissimo: il legame tra BDSM e autismo. Ecco cosa mi ha risposto.
Il DDL Valditara e il modello inglese: cosa perde l’Italia
“Il rischio è ampliare le disuguaglianze”
Alla domanda su cosa pensi del DDL Valditara, che vorrebbe subordinare l’educazione affettiva e sessuale al consenso preventivo delle famiglie, Giulia non usa mezzi termini: il problema non è tanto il coinvolgimento dei genitori, quanto il messaggio culturale che il provvedimento veicola, presentando questi temi come “potenzialmente pericolosi o controversi” invece che come una componente ordinaria del percorso scolastico.
Il punto più interessante riguarda però l’equità. Lasciare l’educazione sessuale esclusivamente alle famiglie, spiega, significa ignorare che le famiglie hanno sensibilità, competenze e disponibilità molto diverse tra loro:
"Il rischio principale di delegare completamente questi temi alle famiglie è ampliare le disuguaglianze. Gli studenti più informati continueranno ad avere strumenti adeguati, mentre quelli che vivono in contesti meno dialoganti [...] potrebbero trovarsi a cercare risposte altrove, spesso sui social media [...] o attraverso la pornografia online."
Cosa fa diversamente il Regno Unito
Insegnando in una scuola britannica, Giulia nota una differenza sostanziale rispetto all’Italia: nel Regno Unito questi temi vengono affrontati in modo esplicito e strutturato fin dalla scuola dell’infanzia, come parte di un curriculum condiviso, e non lasciati alla sensibilità del* singol* insegnante o istituto.
I risultati, dice, parlano chiaro: negli ultimi vent’anni il tasso di gravidanze adolescenziali nel Regno Unito è crollato ai minimi storici, con una riduzione di oltre il 60% rispetto agli anni Novanta (AYPH – Youth Health Data), a smentire il timore diffuso che parlare di sesso ai ragazzi li spinga a “sessualizzarsi” precocemente.
Anzi: dove l’educazione sessuoaffettiva è parte del curriculum, aumentano l’uso di contraccettivi e la frequenza dei test per le infezioni sessualmente trasmissibili (IST), mentre diminuiscono i comportamenti a rischio (UK Health Security Agency, report STI 2025).
Neurodivergenza e sessualità: un doppio tabù
Perché se ne parla ancora così poco
Una delle parti più originali dell’intervista riguarda l’intreccio tra neurodivergenze e sessualità, un argomento che nel dibattito pubblico italiano è quasi assente. Secondo Giulia si tratta di “un doppio livello di marginalità“: da un lato il tabù della sessualità in sé, dall’altro la fatica culturale a riconoscere le persone neurodivergenti come persone “complete”, con desideri e bisogni affettivi al pari di chiunque altr*.
“Fuori copione”: l’esperienza personale
Le ho chiesto se il sentirsi “fuori copione” rispetto alle aspettative sociali sulle relazioni, un’esperienza che molte persone neurodivergenti raccontano, la riguardi anche da vicino. La risposta è stata sorprendentemente personale: Giulia, persona ADHD, collega questo sentimento alla mancanza di rappresentazione, e cita il film Everything Everywhere All at Once film del 2022 diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert (che personalmente ho amato!!) come la prima rappresentazione in cui si è davvero riconosciuta, vista pochi mesi dopo aver ricevuto la propria diagnosi.
Un’educazione sessuale inclusiva parte da qui
Perché questo tema riguarda anche chi progetta percorsi di educazione sessuoaffettiva? Perché, spiega, un buon percorso educativo dovrebbe partire dal presupposto che non esista un unico modo corretto di comunicare o di vivere le relazioni: normalizzare il fatto che si possano chiedere chiarimenti o esprimere esplicitamente un bisogno, non dovrebbe essere un’eccezione pensata per pochi, ma “una competenza relazionale fondamentale per chiunque”.
Queerness, rappresentazione e nuove pressioni social
Alla domanda sulla frequente sovrapposizione, nel dibattito italiano, tra educazione sessuoaffettiva e tematiche LGBTQIA+, Giulia è netta: si tratta di una sovrapposizione che racconta più le paure del dibattito pubblico che il contenuto reale dell’educazione sessuale, dove l’orientamento e l’identità di genere sono solo alcuni dei tanti temi trattati, insieme a consenso, comunicazione e salute.
Sul valore della rappresentazione, mi ha raccontato un aneddoto che vale la pena riportare: durante una proiezione scolastica di Heartstopper nel mese del Pride, uno dei suoi studenti l’ha vista commuoversi durante la scena del coming out di Nick con la madre (serie che vi consiglio a qualsiasi età), e le ha raccontato che sua madre aveva provato la stessa emozione guardando la serie a casa.
Un piccolo episodio che, dice, le ha fatto capire “quanto a lungo siano mancate certe narrazioni”.
La cultura del consenso: una competenza da allenare ogni giorno
Il consenso non è una regola astratta
Uno dei fili conduttori di tutta l’intervista è la centralità del consenso, insegnato non come principio teorico ma come pratica quotidiana di comunicazione, da costruire “al campetto di basket, all’oratorio, nei contesti educativi di ogni giorno”. L’esempio che porta è disarmante nella sua semplicità: non si prende in prestito la matita di un compagno di classe senza chiedere permesso, indipendentemente da quante matite abbia o da quanto sia probabile che dica di sì.
L’abilità relazionale che manca di più
Le ho chiesto quale competenza relazionale, secondo lei, manchi di più oggi. La risposta è la comunicazione esplicita: troppe relazioni si reggono sull’idea implicita che “l’altro dovrebbe saperlo”, senza che il bisogno sia mai stato davvero comunicato.
BDSM e neurodivergenze: un legame poco raccontato
La parte più inedita dell’intervista riguarda l’intersezione tra autismo e cultura BDSM, tema esplorato dall’interessantissima ricerca “Autism, Sexuality, and BDSM” di Ariel E. Pliskin (2022), pubblicata su Ought: The Journal of Autistic Culture e consultabile integralmente sul sito ScholarWorks@GVSU.
(Forse ti può interessare anche il mio articolo dal titolo Dress code – Come ci si veste ad un play party kinky BDSM)
Secondo Giulia, ciò che rende questa lettura necessaria è che ribalta la prospettiva tradizionale: invece di interpretare le differenze nel modo di vivere relazioni e sessualità come deficit da spiegare, la ricerca si chiede se alcuni contesti relazionali, come quello BDSM, siano semplicemente più compatibili con le modalità comunicative di molte persone autistiche. La cultura BDSM si fonda infatti su negoziazione esplicita, consenso informato e definizione chiara dei limiti, elementi che riducono l’ambiguità tipica delle norme sociali implicite.
Un punto su cui Giulia insiste molto è la distinzione, spesso ignorata nel dibattito pubblico, tra kink (una preferenza erotica che arricchisce l’esperienza sessuale senza esserne indispensabile) e parafilia (un termine clinico che diventa un disturbo solo quando comporta sofferenza significativa o rischio per sé o per altr*).
Confonderli, spiega, alimenta lo stigma verso una sessualità semplicemente non convenzionale, ma non per questo problematica.
I tre pilastri per un programma di educazione sessuoaffettiva
In chiusura le ho chiesto: se il Ministero dell’Istruzione le chiedesse di progettare un programma di educazione sessuoaffettiva per le scuole italiane, quali sarebbero i tre elementi imprescindibili? La sua risposta:
-
- Comunicazione e consenso, insegnati come competenza relazionale trasversale, non legata solo alla sessualità.
-
- Salute sessuale, comprese le infezioni sessualmente trasmissibili, affrontata in modo scientifico e non moralizzante.
-
- Identità, intesa in senso ampio: di genere, sessuale, ma anche relazionale ed emotiva.
In conclusione
Il messaggio che Giulia (aka @sessolosapeste su Instagram) vorrebbe arrivasse tanto agli adulti quanto agli adolescenti, e che personalmente condivido in pieno… è che sessualità, relazioni e differenze non sono argomenti da “gestire” solo quando creano problemi, ma parti dell’esperienza umana che meritano ascolto.