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shibari

Legàmi/lègami, di poliamore e Shibari: la mia prima esperienza come Bunny

Lo shibari, o kinbaku, è una disciplina giapponese che consiste nel legare una persona in un contesto erotico. Ti racconto la mia prima esperienza.

Lo Shibari è evoluto dalle tecniche dell’hojōjutsu, un’arte marziale che nasce per immobilizzare i prigionieri di guerra. 

Pur essendo nata come pratica sessuale BDSM, oggi viene svolta da alcune persone anche come forma di rilassamento o come forma artistica di scultura vivente.

Ho conosciuto Davide La Greca tramite una sua diretta Instagram dove parlava di Shibari e sessualità. Subito mi sono detta: ok, devo incontrarlo!

L’ho contattato in privato proponendogli una eventuale collaborazione fotografica (come mio solito vado sempre dritta al dunque), e lui in brevissimo tempo ha risposto accettando con estremo entusiasmo. 

Ho pensato: bene, mi piace, mi fido, voglio farlo.

Grazie alla mia capacità innata di saper leggere tra le righe, spesso mi basta poco per capire se di una persona posso o meno fidarmi.

E, nel caso della pratica dello Shibari, fidarsi ed “affidarsi” diventa un elemento fondamentale e necessario.

Alle 10,30 circa del mattino di giovedì 15 settembre, io e S., il mio amico fotografo di Milano, arriviamo alla stazione di Piacenza, ad aspettarci c’è Davide (puntualissimo). 

Saliamo sulla sua auto direzione Shibari Dojo, situato di fianco alla meravigliosa cascina che sta ristrutturando per renderla uno spazio polifunzionale legato alle attività che organizza.

Davide è un Kinbakushi e Rigger, ti basterà googolarlo per scoprire un sacco di cose su di lui e il suo lavoro e vedere anche (perché no) che faccia ha.

Io oggi sarò la sua “Bunny”.

In parole povere presterò il mio corpo per una sessione dove Davide sarà il mio Rigger: mi legherà utilizzando le tecniche dello Shibari.

In fase di accordi ho scelto la corda rossa, venendo a sapere successivamente che, dopo quella color naturale, è una delle tipologie tradizionali giapponesi di corde da Shibari per quanto riguarda i colori.

Amo il rosso.

Durante il viaggio in macchina io e Davide facciamo a gara a chi parla di più. Io faccio mille domande cavalcando la mia straripante curiosità senza tentare di domarla, e lui mi sta dietro alla grande.

Nel frattempo, sul sedile posteriore, il mio amico S. ci ascolta in religioso silenzio. (Qualcuno doveva pur stare zitto).

Davide mi istruisce sui ruoli all’interno dello Shibari, mi colpisce il fatto che a suo dire “un buon Rigger dovrebbe fare il Bunny almeno una volta nella vita per avere davvero un’esperienza completa” (e viceversa ovviamente).

Per un secondo ho l’immagine di me che, grazie alla mia pessima manualità, mi ritrovo arrotolata in una matassa infinita di corde mentre provo a fare la Rigger… no, no Tei (penso), la Bunny basta e avanza come esperienza.

La cultura dello Shibari ha radici molto antiche. Nelle tradizionali cerimonie religiose giapponesi è sempre stato usuale includere corde e legamenti per simboleggiare il collegamento tra l’umano e il divino. 

Lo hojojutsu si perfezionò nel XV secolo, utilizzato dalla polizia e dai samurai come forma di prigionia, e come tale rimase fino al XVIII secolo. 

Allora le risorse di metalli scarseggiavano, mentre in compenso abbondavano le funi di canapa e iuta: così spesso i prigionieri non venivano rinchiusi in una prigione, bensì venivano semplicemente immobilizzati con una corda. (Sti Giapponesi sanno sempre fare di ogni necessità virtù…).

Sapevi che la polizia giapponese continua a portare nei propri furgoni un fascio di corda di canapa?

La legatura entrò nell’immaginario erotico giapponese nel periodo Edo (1600-1860) attraverso le cosiddette seme-e, un particolare tipo di ukiyo-e, che rappresentavano scene di costrizione. 

Sul finire dell’epoca Edo, nacque Seiu Ito, considerato il “padre del kinbaku”. 

La sua fotografia e la sua pittura, ispirate dalle scene di costrizione presenti nel teatro kabuki, e prodotte per la maggior parte negli anni ’30 del XX secolo, influenzarono tutta la successiva generazione di kinbakushi. 

Il Kinbaku divenne molto popolare in Giappone negli anni 50 grazie a riviste quali Kitan Club e Yomikiri Romance, che pubblicarono le prime foto nude di bondage.

Davide mi spiega che, quando lo Shibari in epoca più recente ha iniziato a diffondersi anche nei paesi occidentali, è stato “privato” del suo erotismo per diventare più una performance artistica, a tratti quasi una disciplina sportiva più che una pratica erotica.

Addirittura oggi anche in Giappone convivono due distinte correnti di Shibari, una più “tradizionale” (quindi legata al mondo dell’erotismo), l’altra più “ripulita” e nuova legata al mondo dell’arte.

Kinoko (che tradotto significa funghetto) è un artista giapponese contemporaneo e maestro di Shibari. Lui con le corde ci lega addirittura interi palazzi o monumenti, ditemi se non è arte questa.

Siamo quasi arrivati a destinazione; io e Davide continuiamo a massacrarci di parole come se non ci fosse un domani. Ci parla di suo fratello e di come sarebbe un Rigger eccezionale se solo fosse capace anche di creare un legame con il/la Bunny, del suo essere poliamoroso e bisessuale, di come le sue relazioni siano un intricato insieme di legami complessi e meravigliosi e dei mille lavori che ha fatto in vita sua.

Ah, la complessità, i legami… quanta bellezza.

Arrivati al Dojo siamo sempre più in confidenza, tra “zoccole etiche” ci si capisce al volo.

Mi sento pronta? Come sarà? Che sensazioni proverò?

Una piccola parte di me vorrebbe essere a casa sul divano davanti alla Tv, mangiando popcorn mentre si gusta un documentario Netflix sullo Shibari, invece niente… sono proprio lì, e la protagonista del documentario sono io.

Eddai Tei, puoi farcela. Buttati che in qualche modo atterri.

Da sempre, nella vita, la mia dose di incoscienza mi ha in realtà portata a fare bellissime esperienze che altrimenti mi sarei persa.

Quanto coraggio e quanta incoscienza di preciso non si sa, non penso troverò mai un vero equilibrio in tutto ciò. Ma poi, devo trovarlo per forza?

Entriamo lasciando valigie e scarpe all’esterno. C’è odore di legno, tatami e sole.

Fuori fa caldo, siamo nel bel mezzo della pianura padana, ma all’interno del Dojo si respira Giappone.

Davide spalanca l’armadio presente nella stanza e mi mostra la sua collezione di Kimono preziosissimi, a breve avrò l’onore di poterne scegliere e indossare uno.

Ho già puntato quello bianco!

Corde rosse, rossetto rosso, kimono bianco. Adoro.

Concordiamo tre legature da fare in circa tre ore di tempo e i diversi outfit. 

Si parte con una “sospensione ventrale semplice” (dove semplice sembra un eufemismo). 

Io indosso solo un top e uno slip completamente neri per non distogliere l’attenzione dalle splendide corde rosso scuro.

Quelle che faremo oggi saranno legature “tecniche” e non “emozionali”. Siamo qui per realizzare un servizio fotografico e abbiamo tempi stretti e obiettivi ben precisi, quindi, ahimè, mi perderò la parte più “immersiva” dell’esperienza.

Davide decide comunque di iniziare facendo dolcemente scivolare le sue mani sulle parti esterne del mio corpo, cominciando a farmi percepire anche la presenza della corda mentre rimane in piedi dietro di me.

E’ una bella sensazione, un brivido mi attraversa.

Sono sia attenta e ricettiva che rilassata. 

Cosa starà per succedere esattamente?

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Mi spiega in quali zone del corpo mi toccherà, la comunicazione verbale e non verbale tra Rigger e Bunny è continua per tutta la durata della sessione. 

Mi viene chiesto il consenso per qualsiasi tipo di movimento o di tocco, mi sento decisamente al sicuro tra le sue mani e realizzo che lo Shibari (non che avessi dei dubbi) è davvero una cosa parecchio seria e, se non viene fatta da professionisti, potenzialmente estremamente pericolosa.

Bisogna conoscere tempi, modi ed essere assolutamente consapevoli dei rischi.

Una delle prime cose che ho notato entrando nel Dojo sono le forbici di sicurezza che servono qualora si avesse la necessità di dover disfare all’improvviso una legatura.

Sentire la corda rossa che via via si stringe sempre di più attorno al mio corpo, mi fa sentire quasi al sicuro, ma anche impotente.

Ci si può sentire sia al sicuro che impotenti, cioè privati della possibilità o capacità di compiere un’azione o una funzione.

Il senso di costrizione che si sperimenta con lo Shibari è a tratti rassicurante. Una sorta di severo abbraccio.

Non è forse quello il senso? Abbandonarsi completamente all’altro, affidandogli il potere totale sul nostro corpo?

“Top from the bottom” vale anche nello Shibari come in altre pratiche del mondo Bdsm?

Io credo che nel fatto che sia la persona “sottomessa” che in realtà comanda, ci sia sempre un fondo di verità.

Anche nello Shibari è comunque il Bunny (chi si fa legare) che decide e sceglie cosa va bene e cosa no, cosa vuole concedere e cosa no. Top from the bottom/Comandare dal basso.

Non esiste pratica Bdsm che sia slegata dal consenso, entusiasta ed informato.

Al consenso, come sempre, ci si può arrivare tramite la comunicazione dopo una fase di negoziazione tra Rigger e Bunny, nessun* convince nessun* a fare niente.

Inizia la sospensione, ok, ora non ho più alcun controllo.

Provo a rilassarmi, ma i muscoli di tutto il mio corpo si tendono cercando di contrastare le corde.

Difficile comunicare al proprio corpo che non sta succedendo nulla di brutto o pericoloso, di base quello che sta avvenendo è una reale pratica di tortura, il corpo sta vivendo un trauma e si difende come può.

Le corde stringono, e non poco. Nello Shibari è necessario che la pressione della costrizione si percepisca nettamente.

Le mie costole hanno poco spazio di movimento durante le inspirazioni, così il mio respiro si fa naturalmente sempre più lieve e controllato.

Per qualche secondo riesco a rilassarmi e dire al mio corpo di lasciarsi andare.

E’ una sensazione bellissima e mai provata.

Fluttuo nell’aria ad almeno un metro da terra.

Non posso cadere, ma non posso nemmeno scendere. (O come direbbe Aldo di Aldo, Giovanni e Giacomo: non posso ne scendere, ne salire ahahaha).

E’ una lotta continua nella mia mente tra il cervello che sta dicendo “Tei, va tutto bene, la situazione è Safe e sotto controllo”, e il corpo che urla “non va un cazzo bene, non riesco più a muovermi!!”

Vengo richiamata da S., il mio amico fotografo: “Tei, guarda qui, rilassa il viso che scatto”.

Ok. La prima legatura è andata.

Atterro di nuovo e torno a sentire i miei arti, decisamente “informicolati” dopo la prima sospensione.

Davide mi spiega che anche la fase della “slegatura” è qualcosa di fondamentale a livello rituale ed emotivo. In quel momento lo capisco molto bene.

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Ho bisogno di una breve pausa, lui lo sa già.

La prima legatura non è mai una cosa da prendere alla leggera.

Non sono una persona particolarmente emotiva e abbiamo fatto una legatura di tipo “tecnico”, come scrivevo poco sopra, ma capisco subito che livello di impatto emotivo può avere un’esperienza di questo tipo se fatta in maniera più immersiva, senza magari dover rimanere concentrata sulle espressioni del viso davanti al fotografo, o sul rotolino di ciccia sulla pancia che in foto è anti estetico.

Dopo qualche chiacchiera distensiva sul Giappone, e su come e dove acquistare un buon Kimono, mi sento pronta.

Ho scelto il Kimono bianco per una tipica legatura tradizionale giapponese sempre in sospensione.

Il prezioso cotone ha un effetto calmante sulla mia pelle abbronzata e leggermente stressata dalla prima legatura, mi sento coccolata.

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Questa sospensione è in assoluto la mia preferita. 

Non c’è più la costrizione all’altezza del petto e delle costole, mentre invece viene creata una sorta di seduta invisibile che fa in modo che le mie gambe rimangano aperte e le ginocchia piegate. 

La amo.

Mi sento un po’ come da piccola quando ciondolavo rimanendo appesa come una scimmietta agli anelli del parco giochi.

Nuovamente si scende, il corpo inizia ad essere stanco e per l’ultima legatura scegliamo insieme qualcosa da fare a terra che sembrerebbe meno provante per il fisico.

Pensando potesse essere “più soft”, scelgo una legatura di genere “Semenawa”, nientepopodimeno che una legatura tipica della tortura.

Ah, ok… ops.

La trovo estremamente erotica, decido di affrontarla a petto nudo togliendo anche il top e rimanendo solamente con lo slip nero.

Sento Davide alle mie spalle, che mentre sono in ginocchio sul tatami, inizia a giocare con la corda e i miei capelli, ha deciso di includere anche loro nella dolce tortura.

Ne viene fuori una meravigliosa acconciatura.

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Dopo qualche minuto inizio a non sentire più le mani, la legatura di tortura risulta (inaspettatamente per me) una delle più impegnative. 

Vengo slegata, Davide controlla che le mie mani non abbiano subito danni e lentamente la mia sensibilità torna alla normalità.

Il corpo, mi spiega Davide, si abitua a tutto. Ci vuole allenamento come in ogni cosa, e gradualità. E comunque, come sempre, è tutto molto soggettivo. 

Anche per questo è necessario fare pratiche di questo tipo con professionisti esperti e mai con ciarlatani improvvisati.

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Di questa esperienza mi porto a casa la sensazione estrema del lasciarsi andare, affidandosi in tutto e per tutto all’altro e alle corde che ti sostengono. 

A volte, mi rendo conto di essere un po’ una maniaca del controllo, e per me questa è stata una bellissima sfida.

Dammi una sfida al giorno e sarò felice… sai, sono pur sempre nata sotto il segno dell’ariete.

E’ impressionante notare come durante una sessione del genere, con un Rigger che di base è un perfetto sconosciuto, si crei immediatamente un forte legame di fiducia.

O ti fidi o “muori”, a te la scelta.

Attraverso la legatura il Rigger chiede alla propria Bunny di cedergli il controllo totale del suo corpo.

E affidarsi non è pur sempre una forma d’amore?

Legàmi/lègami.

 

Allora, hai capito se lo Shibari fa per te?

Ps presto potrai ammirare l’intero shooting senza censura all’interno del mio canale Patreon!

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